Social media: pensiero binario e bolle informative
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Quando studiavo antropologia a Bordeaux, ormai 25 anni fa, mi affascinava osservare il modo in cui le persone costruiscono le proprie convinzioni e interagiscono nei gruppi sociali. Il comportamento umano, soprattutto in relazione ai grandi eventi storici e geopolitici è sempre stato un tema di grande interesse per me. Oggi, con i social media, vedo emergere fenomeni che avevo studiato in teoria e che ora si manifestano su scala globale e con una velocità impressionante.
Il dibattito sulla guerra in Ucraina, per esempio, è un caso emblematico. Sui social si assiste puntualmente ad una radicalizzazione delle posizioni. Il tema diventa un campo di battaglia tra fazioni contrapposte, per cui diventa impossibile esprimere un’opinione articolata senza essere immediatamente etichettati come "filo-questo" o "filo-quello".
Uno dei motivi di questa polarizzazione è che molti esprimono giudizi con grande sicurezza, anche senza avere reali competenze in geopolitica o storia. È l’effetto Dunning-Kruger: chi ha meno conoscenze tende a sopravvalutare la propria comprensione del problema, mentre chi possiede una visione più ampia è spesso più cauto e meno incline a semplificazioni. Questo porta a un dibattito sbilanciato, dove chi urla più forte sembra avere più ragione, anche quando le sue argomentazioni sono fragili o inconsistenti.
Un altro aspetto rilevante è il meccanismo degli algoritmi, che rafforzano il pensiero binario. I social tendono a mostrarci contenuti in linea con le nostre idee, creando bolle informative e favorendo il bias di conferma: leggiamo solo ciò che conferma le nostre convinzioni e ignoriamo o respingiamo il resto. Questo spiega perché persone intelligenti e preparate, o che si reputano tali, finiscono puntualmente in circuiti di pensiero chiusi, dove ogni nuova informazione non è valutata criticamente ma accolta o rifiutata in base alla sua coerenza con il proprio punto di vista.
A questo si aggiunge il sovraccarico informativo: ogni giorno siamo bombardati da notizie, commenti e analisi, semplificate o manipolate. In questo caos, il cervello tende a cercare risposte rapide e nette, invece di affrontare l'impegnativo percorso che grazie all'analisi onesta dei dati in possesso e alla riflessione personale porta ad una riduzione della complessità, pur mantenendo l'oggettività necessaria. Il risultato è che le persone si affidano a narrazioni preconfezionate, perdendo la capacità di mettere in discussione ciò che leggono o ascoltano.
In ambito social, poi, entra in gioco anche un fattore sociale. Prendere posizione su un tema geopolitico può diventare un modo per segnalare i propri valori e il proprio impegno in quella che a volte sembra più una corsa all’indignazione che un vero approfondimento. Spesso si scrivono post dal forte impatto emotivo, che però finiscono per alimentare la polarizzazione invece di stimolare una riflessione più ampia.
Questa dinamica impoverisce il dibattito, trasformandolo in uno scontro sterile in cui si parla molto e si ascolta poco. Se vogliamo davvero comprendere il mondo in cui viviamo, dovremmo sforzarci di accettare che la realtà è complessa, sfumata e mai riducibile a un semplice "giusto" o "sbagliato".
La domanda si pone spontanea: possiamo ancora avere un confronto costruttivo su questi temi senza cadere nella logica della tifoseria?
https://www.carlorecalcati.it/blog/40332/social-media-pensiero-binario-e-bolle-informative/
Classe 1968, studia Fisica a Milano e Antropologia culturale a Bordeaux (Francia).