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Spazio mentale Non è il burnout. È l’era della distrazione permanente

Burnout o distrazione permanente?
Burnout o distrazione permanente?

L’impressione diffusa è che oggi si lavori troppo, si corra sempre, si sia costantemente in ritardo su qualcosa. La parola d’ordine, ormai abusata, è “burnout”. Una diagnosi comoda, talvolta medica, quasi sempre vaga. Ma forse, e più probabilmente, il vero male è altrove. Non tanto nella quantità di lavoro quanto nella qualità del tempo e non tanto nella fatica quanto nella frammentazione.

Oggi il vero lusso è la continuità mentale: la possibilità di restare immersi in un pensiero, in un compito, in un’idea senza essere interrotti. È ciò che manca a tutti, anche a chi apparentemente ha “tempo libero”.

Uno studio pubblicato dall’American Psychological Association rileva come l’intervallo medio tra un’interruzione e l’altra, durante il lavoro su un computer connesso a internet, sia sceso sotto i 3 minuti. Non ci interrompono sempre gli altri: spesso lo facciamo da soli, innescati da un meccanismo che abbiamo interiorizzato, fatto di segnali visivi, piccoli picchi di dopamina, paure non espresse di “perdere qualcosa”.
In media, servono almeno 20 minuti per ritrovare la concentrazione profonda. Tempo che, nella maggior parte dei casi, non ci viene mai restituito.

Chi lavora così, non lavora male. Semplicemente non lavora: reagisce, processa, gestisce.
Non costruisce, non elabora, non trasforma. È presente solo nel senso tecnico del termine.
E nel lungo periodo, questo modello ha effetti ben più profondi dello stress perché svuota di senso. Ti lascia lucido, operativo, ma alla fine sterile.

Come denuncia anche Johann Hari nel suo articolo su The Guardian, “Your attention didn’t collapse. It was stolen”, la nostra capacità di attenzione ci è stata sottratta, letteralmente.
I sistemi che utilizziamo ogni giorno sono stati progettati per (in)trattenerci. Questo è il cuore del modello economico.

Così, nel nome dell’efficienza, abbiamo smarrito il diritto a pensare con lentezza.

Che fare allora? Non serve isolarsi in una baita o spegnere tutto per protesta, dobbiamo riappropriarci di spazi mentali continui, di blocchi di silenzio operativo, di tempo lungo e non frazionato. Di quel raro piacere che è il vedere un’idea farsi pensiero, il pensiero farsi scelta e la scelta farsi azione. Un processo naturale.

Chi guida un’impresa, un progetto, una famiglia, dovrebbe essere il primo a difendere questo spazio perché è una responsabilità nei confronti del mondo che stiamo costruendo.

Perché se perdiamo la possibilità di pensare bene, perderemo anche quella di vivere bene.

E forse la vera libertà, oggi, comincia da un apiccola ribellione: affermare “non adesso, sto pensando”.

Ecco come faccio io, magari serve anche a te.

Serve una presa di coscienza, certo. Ma serve anche disciplina. Perché il mondo non smetterà di interromperci: dobbiamo essere noi a difendere i nostri confini cognitivi.
Non bastano grandi dichiarazioni o fughe romantiche nei boschi. Servono piccoli atti quotidiani, scelte puntuali, abitudini sobrie e gentili.

Può voler dire riservarsi una mezz’ora al giorno in cui nessuno può entrare, né fisicamente né digitalmente, come si difenderebbe un tempio.
Può voler dire scegliere di non leggere le mail appena svegli, ma piuttosto camminare, scrivere due righe a mano o lasciare che il pensiero maturi prima di far entrare le urgenze altrui.
Può voler dire tornare a strumenti più semplici, come un quaderno, una lavagna, anche e un semplice gesto fisico, per pensare meglio e meno frammentati; oppure lasciare spazi vuoti in agenda: perché il pensiero, per manifestarsi, ha bisogno di spazio, di vuoto da riempire.

Significa anche disciplinarsi, imparare a chiudere un compito prima di aprirne un altro, dando alla mente una soglia, un tempo di passaggio, un gesto di transizione.

Infine, forse più di tutto, serve darsi il permesso di iniziare e concludere la giornata con un ritmo umano, non imposto dal calendario o dallo smartphone o dalle email ma da un rituale che restituisca dignità al tempo vissuto.

 

 

Hashtag: #lavoro #tempo #concentrazione #benessere #libertà

Carlo RECALCATI

Foto di Carlo RecalcatiClasse 1968, studia Fisica a Milano e Antropologia culturale a Bordeaux (Francia).
Oltre alla sua attività professionale, ha instaurato collaborazioni con associazioni, case editrici e riviste, contribuendo con la sua esperienza e il suo know-how in diversi ambiti.
Da sempre appassionato di viaggi, tecnologia, storia e filosofia ha fondato e diretto diverse associazioni di settore e scritto numerosi articoli spaziando dalla ricerca archeologica all'intelligenza artificiale.
Nel 1985 è stato il più giovane membro del Mensa Italia con un QI di 154 sulla Scala di Cattel, pari a 134 Wechsler (WAIS-IV).

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