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Spazio mentale I social ci hanno reso più violenti?

I social ci hanno reso più violenti?
I social ci hanno reso più violenti?

I social ci hanno reso più violenti? Credo che il problema sia un altro.

Nonostante abbia buone conoscenze di web marketing e mi sia capitato in passato di lanciare alcune realtà con ottimi risultati, non sono un tipo da social.

Non ho mai capito perché dovrei fotografare quello che mangio o appassionarmi a ciò che altri decidono di mostrare della propria esistenza.

Recentemente, però, ho deciso di fare un po' di personal branding. Ho sempre lavorato grazie al passaparola, perché un cliente soddisfatto è il miglior investimento pubblicitario possibile. Oggi, anche per curiosità personale, ho scelto di ampliare il raggio delle mie opportunità e mi sono immerso nello studio della fauna dei social network.

Apriti cielo.

Basta una discussione sul calcio, sull'immigrazione, sulla politica o sulla più inconsistente delle questioni perché il confronto degeneri. Piattaforme nate per condividere conoscenza, come LinkedIn o Quora, ospitano quotidianamente discussioni che ricordano più una curva da stadio che un luogo di confronto.

La spiegazione banale è che siamo un po’ tutti leoni da tastiera.

Ma ci deve essere anche altro.

Pensiamoci: viviamo nella società più istruita della storia: mai così tante persone hanno frequentato scuole e università; mai abbiamo avuto tanto benessere, così tanta informazione e una libertà di espressione tanto estesa.

Allora perché sembriamo sempre meno capaci di convivere con il dissenso?

Questa domanda mi ha portato a leggere uno studio pubblicato nel 2026 su Nature Human Behaviour, "Social media users experience more political hostility in less economically equal and less democratic societies".
Gli autori hanno analizzato oltre 15.000 persone in trenta Paesi, osservando che l'ostilità manifestata sui social riflette quella presente nella società reale e cresce dove aumentano disuguaglianze e fragilità delle istituzioni democratiche.

Fin qui, ancora banalità, ma banalità importanti perché spostano completamente il problema.

Internet, probabilmente, non sta creando una società aggressiva, la sta rivelando.

Questa interpretazione mi convince molto più della teoria dei "leoni da tastiera".
Le tecnologie raramente cambiano la natura dell'uomo; in genere rendono visibili aspetti che prima osservavamo con difficoltà. Per esempio, la scrittura ha conservato il pensiero e la fotografia ha fermato il tempo. Ecco, i social stanno archiviando il comportamento umano.

E quello che vedo non è rassicurante.

La mia impressione è che il vero cambiamento sia avvenuto altrove. Negli ultimi decenni abbiamo costruito una società straordinariamente efficiente nel soddisfare i desideri, ma sempre meno capace di educare alla frustrazione, alla noia, alla sconfitta intesa come momento di apprendimento.

Abbiamo imparato ad aspettare sempre meno, ad avere tutto subito, a considerare ogni ostacolo come un'anomalia. Il dissenso, però, è l'ostacolo per eccellenza perché ci ricorda che il mondo non ruota attorno alle nostre convinzioni, e tanto meno a noi stessi.

Per questo oggi ci confrontiamo sempre meno con mente aperta e invece tifiamo bestialmente sempre di più.

La politica è diventata identità.
La scienza è diventata identità.
Perfino una partita di calcio o un'automobile possono diventare identità.

Quando perdi te stesso e ti identifichi in una opinione comune, ogni critica viene percepita come un'aggressione personale. A quel punto il dialogo, se era mai iniziato, finisce e inizia lo scontro.

D’altra parte, gli algoritmi alimentano questo meccanismo perché la rabbia produce attenzione e l'attenzione produce ricavi.
Sarebbe però un errore attribuire loro l'intera responsabilità. Sarebbe come accusare un termometro di provocare la febbre.

Però un termometro non ci guadagna nulla se hai la febbre, i social sì.

Sono giunto alla conclusione che il grado di avanzamento di una civiltà si misura dalla quantità di dissenso che riesce a gestire, metabolizzare, senza trasformarlo in odio, e non dalla quantità di conoscenze che produce, né dalla ricchezza che accumula.

 

 

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Carlo RECALCATI

Foto di Carlo RecalcatiClasse 1968, studia Fisica a Milano e Antropologia culturale a Bordeaux (Francia).
Oltre alla sua attività professionale, ha instaurato collaborazioni con associazioni, case editrici e riviste, contribuendo con la sua esperienza e il suo know-how in diversi ambiti.
Da sempre appassionato di viaggi, tecnologia, storia e filosofia ha fondato e diretto diverse associazioni di settore e scritto numerosi articoli spaziando dalla ricerca archeologica all'intelligenza artificiale.
Nel 1985 è stato il più giovane membro del Mensa Italia con un QI di 154 sulla Scala di Cattel, pari a 134 Wechsler (WAIS-IV).

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